Cesare tornava sulla spiaggia di Is Traias, a qualche decina di chilometri da Cagliari, dopo giusto vent’anni. Poggiò la sua borsa sulla sabbia e diede uno sguardo intorno, giusto dietro alla collinetta, in alto, c’era ancora il villaggio vacanze dove trascorse l’ultima vacanza con i suoi genitori.
Is Traias alle nove del mattino era ancora deserta, il vento leggerissimo soffiava da sud, quasi sud-est, dall’altro lato verso Simius c’era onda mossa e folla.
Ma non era una questione di onda o di folla, Cesare voleva proprio tornare là, in quel punto esatto.
Aprì la sua borsa lentamente, estrasse un asciugamano leggero e lo stese davanti alla battigia. Poi tirò fuori una maschera da subacqueo, di gomma nera e i bordi verdi. La guardo per bene, passando con il bordo della mano sulla parte trasparente per togliere quello che gli sembrava essere un alone. Poi la allargò di qualche scatto e fece per provarsela. Esitò: erano esattamente vent’anni che Cesare non indossava una maschera da sub.
Anche prima di quell’estate di vent’anni prima Cesare, non aveva mai provato a guardare il fondo del mare.
Trascorse i primi quattro giorni al villaggio sulla terrazza del bar a guardare dritto avanti a sè e a leggere quotidiani sportivi. Finché il quinto giorno conobbe Circe, la giovane istruttrice di nuoto del villaggio.
“Senti puoi darmi una mano a portare questi in spiaggia ?”. Gli chiese lei, mentre teneva una dozzina di galleggianti sulle braccia. Cesare alzò lo sguardo verso questa piccola mora dai capelli lunghissimi. E da quel momento la sua estate, magari la sua vita, cambiò.
In quella stagione Cesare aveva 21 anni, Circe solo 18. Lui viveva in un piccolo paese, lei in città, a Cagliari. Studiavano cose molto differenti, ascoltavano musica opposta. Non condividevano nulla, solo la condizione di doversi trovare nello stesso villaggio per altri 16 giorni.
“Perché non vieni al mio corso di nuoto ?” gli disse lei mentre poggiava i galleggianti sul bagnasciuga. Cesare, timidissimo e con pochissima iniziativa, che sapeva stare a galla ma non certo nuotare, rispose: “Ora ho il raffreddore. Appena mi passa. Comunque ci devo pensare”.
Cesare non andò al corso il giorno dopo e neanche quello dopo ancora. Dalla terrazza del bar guardava Circe spiegare la respirazione, immaginandosi le sue parole e poi la seguiva tuffarsi e muoversi tra le onde, scomparire e ricomparire, mentre un piccolo sciame di ragazzini, donne e anziani provava ad imitarne le mosse. Il Lunedi successivo Cesare, che evidentemente ci aveva pensato abbastanza, prese il coraggio a due mani e si presentò al corso.
“Ciao Circe, non so se ti ricordi di me. Vorrei iscrivermi al tuo corso di nuoto”. le disse.
Circe sorrise: “Mi spiace, il corso di nuoto è terminato, oggi comincia il secondo livello, impareremo ad andare sott’acqua”.
“Non ho la maschera” provò a defilarsi Cesare.
“Che scusa stupida ! Ti do la mia”, chiuse Circe mentre con una mano gli e la porgeva e con l’altra gli afferrava il braccio tirandolo a sé. Era quella maschera di gomma dura con i bordi verdi.
La stessa che Cesare stringeva ora forte nella mano destra. Indugiando. Erano passati troppi anni e non si ricordava molto di quello che doveva fare. Solo una frase gli tornava in mente: “Non restare in superficie, lasciati andare”.
Cesare quella stagione impiegò qualche giorno per imparare a guardare il fondo, nuotava male e respirava peggio, ma desiderava sapere cosa ci fosse sotto il mare e non smise un minuto di impegnarsi. Quando Cesare fu capace, alla fine di ogni lezione, Circe lo portava nei posti più belli a guardare il fondale, fino a sera. Fino a quando il sole andava a sparire dietro la collinetta di Capo Boi.
Quando Cesare era stanco o sentiva di aver paura, Circe gli stringeva la mano e lo portava con sé.
“Non restare sulla superficie, lasciati andare”, gli diceva ed infilava la testa sotto. Come una maga del mare.
Cesare si innamorò troppo tardi. Aveva questo problema anche nell’amore: restava in superficie, non si lasciava andare.
Finché una sera. “Ci”, le disse Cesare che la chiamava così, “se guardo fino al fondo delle cose, allora scopro di essermi innamorato di te”. Circe rise e chiuse gli occhi. Era un segnale chiaro. Si baciarono per un minuto intero, piano, davanti alla cabina balneare numero 14 del villaggio vacanze Mareclub, ancora cosparsi di sale e di gioventù.
Fu il solo minuto in cui si amarono.
Cesare partì il giorno dopo, Circe tornò a Cagliari dopo una settimana.
Si tennero in contatto. O almeno provarono a farlo. Circe chiese per anni a Cesare di andare a Cagliari a trovarla. Cesare ogni volta pensava che non fosse quello il momento giusto. Continuò a restare sulla superficie della sua vita, senza andarci mai veramente a fondo.
Collezionò solo mezzi amori, illusioni, grandi rincorse senza salti. Galleggiò.
Tuttavia da quell’incontro in poi, sognò spesso di finire in luoghi sommersi, città, strade sotto il mare. Di abitare sotto un oceano e di scendere scale verso gli abissi in cerca di chissà quale meraviglia. Fu per anni il suo sogno ricorrente.
Circe invece volle sempre andare fino in fondo alla sua vita. Viaggiò, ebbe dei figli, storie complesse ma senza mai rimpianti. Quando pensava a Cesare immaginava sempre di vederlo tornare con il suo sorriso timido e le sue scuse ingenue.
Ora Cesare, con la sua maschera tra le mani, non era mai tornato così vicino a Circe.
Ha vissuto gli ultimi vent’anni in superficie ed ora finalmente indossa quella stessa maschera per controllare cosa c’è sotto il mare, nel profondo delle cose, nell’intimità del mondo. Il suo.
Prima di rivedere Circe, ha bisogno di lasciarsi andare.
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