Poche cose ci spaventano quanto i matti. Perché non li capiamo, non sappiamo dargli risposte. E poi non abbiamo mai tempo.
Li osserviamo come da dietro un vetro; siamo tutti, a modo nostro, fragili dinanzi alla disabilità mentale.
E non sappiamo mai come veramente reagiremo quando saremo costretti a confrontarci con loro. L’anima ci trattiene nel dubbio. Finiamo per assumere atteggiamenti estremi: o restiamo indifferenti o soffriamo, sensibili. C’è chi ai matti dedica una vita, perché gli sono fratelli, figli, perché non può fare altrimenti, la vita è andata così. Ma la maggior parte delle persone preferisce restarne fuori, ripetere “non sono cose che mi riguardano”. Voltarsi dal lato opposto della strada. Che poi chi può stabilire davvero chi è matto e chi no ? E dove è posizionato quel vetro, se ognuno di noi ci è dietro o davanti.
Io ho iniziato così: cambiavo strada e non rispondevo se mi chiamava. A volte voleva gli spicci, sempre le sigarette.
Lo ricordo girare in bici; “sull’orlo della normalità”, beveva e pedalava, tra le auto. I matti: “contenti, fermano il traffico con la mano, poi attraversano il mattino con l’aiuto di un fiasco di vino”. Io pensavo fosse pericoloso, che fosse saggio starne alla larga.
Ma Peppino non avrebbe mai fatto male a nessuno. Inoltre non potevo evitarlo. Sapevo di trovarlo là, davanti alla mia porta, con gli infradito in inverno, gli occhi stanchi, la barba lunga a fumare senza sosta. Tutte le mattine. Mi chiedeva come stavo, se avevo dormito, se prendevo delle medicine (quelle che avrebbe dovuto prendere lui). Me lo chiedeva sempre perché io, mentendo, gli rispondevo che stavo peggio di lui. E così si rasserenava.
I matti non hanno amici, solo tanti conoscenti, che sanno chi sono. Che sfottono, ignorano o che gli vogliono bene. “intorno a loro più nessuna città, anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa”.
Ultimamente voleva venire con me a visitare quella cartiera, un ricordo giovanile. “Quando vai, portami pure a me”, mi diceva sempre. “Andremo in primavera, ora fa troppo freddo” gli risposi l’ultima volta. Spesso mi avvertiva che prima o poi se ne sarebbe andato per sempre. Mi chiedeva se volevo andarmene pure io. La morte lo inseguiva ma non lo spaventava. Forse cercava solamente compagnia. E poi tutti a dirgli di non fumare, tra una sigaretta stretta in bocca ed un’altra tra le dita.
Per anni mi ha continuamente domandato: “quanti anni mi dai ?” io rispondevo falso: “cinquanta” e lui mi correggeva: “ne ho 60”, poi sono diventati 61, fino a 62. “E tu quanti ne hai ?”. Le sue domande, sempre le stesse, le mie risposte identiche ogni volta: così eravamo diventati quasi amici.
La pazzia spaventa, isola e confonde, quando il cuore di un matto si ferma, c’è chi pensa sia meglio così. D’altronde, “I matti non hanno un cuore e se ce l’hanno è sprecato” e poi chi vuoi che abbia bisogno di un matto ?. Morto un matto, ce n’è sempre almeno un altro a disposizione.
Eppure c’è tanta gente qui oggi, ed è venuta solo per te, ecco: potresti fumarle ora, una dietro l’altra, quelle “centinaia di sigarette. Davanti all’altare”.
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(le parti in corsivo sono tratte da “I matti” di F. De Gregori)