L’ARCHITETTO E IL CLIENTE MORTO

Questo brano segue idealmente, ma anche tecnicamente, “L’architetto e il cliente moribondo” (clicca per leggere) pubblicato di recente, completando il quadro dei rapporti professionali tra l’architetto e il mondo dei trapassati.

Dal punto di vista dell’architetto la differenza tra il cliente moribondo e quello morto è sostanziale, e fa esclusivo riferimento ad una questione di tempistica.

Infatti il cliente morto, a differenza del moribondo (che da notizie di sé sollecitando misure urgenti), muore all’improvviso o immediatamente dopo un annuncio che sembra rimbombare già dalla sacrestia di una chiesa; così, l’unica riflessione che l’architetto ha tempo di articolare, è la conferma del noto luogo comune per cui “se ne vanno sempre i migliori”. I migliori clienti, ovviamente.

La prima cosa che l’architetto pensa quando gli muore il cliente, prima ancora che sovvenga la tristezza e si sollevino le questioni di ordine pratico, è quanto onorario ancora gli doveva.

A questo punto il dispiacere per la scomparsa del cliente può definitivamente quantificarsi; ovviamente in misura direttamente proporzionale ai soldi che gli doveva. Questo principio si chiama “1° teorema del dispiacere dell’architetto” e si enuncia come seguente: “Il dispiacere dell’architetto per la morte di un cliente è direttamente proporzionale al credito sospeso“.

Quando i crediti sono notevoli, l’architetto sente il dovere di partecipare alle esequie per manifestare tutto il proprio dolore.

Ecco spiegato anche il fenomeno degli architetti che piangono ai funerali dei loro clienti.

Un altro motivo per cui l’architetto partecipa al rito funebre è per scoprire chi sono gli eredi del cliente. Individuati i quali, si assicura di esprimergli le proprie condoglianze annunciandosi non con il proprio nome ma con il titolo di studio.

Se l’architetto ha lavori in corso con il cliente morto, i lavori vengono sospesi, ma dopo due giorni, ovvero non appena calata la bara nel fosso o disperse le ceneri nell’oceano, il capoditta, con un cinismo che Hannibal Lecter scansati proprio, chiama l’architetto intimandogli di farli riprendere immediatamente, poiché tenere gli operai fermi gli provoca un danno economico giornaliero pari al 4% del PIL della Polonia.

Quando la minaccia di risarcimento danni rischia di colpire direttamente l’architetto, questi rintraccia gli eredi che finalmente capiscono chi fosse quel tipo che, affranto, si è presentato alle esequie per comunicare la sua insostenibile angoscia.

In generale quando il cliente dell’architetto muore, chi gli subentra ha idee completamente differenti dal defunto. Di conseguenza, nei casi di lavori di ristrutturazione di un appartamento la morte del cliente e l’inevitabile subentro di nuovi padroni, può rendere vani mesi e mesi di dibattiti sulla distribuzione interna e sulla scelta dei materiali

Un vantaggio per l’architetto è che può sostenere qualsiasi tesi dicendo che fosse un desiderio del cliente morto. Lo svantaggio è che, oramai, di quello che voleva il defunto, non frega più a nessuno.

E’ raro, ma non irreale, il caso di clienti morti che tornano in sogno all’architetto. Sono coloro che prima di mancare avevano lasciato un sostanzioso anticipo ed ora, con i mezzi a loro disposizione, tornano per chiederne conto. Talvolta lo spirito del cliente morto continua ad aleggiare in cantiere manifestandosi attraverso eventi soprannaturali quali la scomparsa misteriosa degli schizzi, il rovesciamento inspiegabile del secchio di calce o l’arrivo puntuale del piastrellista.

Nella stragrande maggioranza dei casi il cliente morto viene ricordato con frasi che mai nessuno avrebbe avuto il coraggio di pronunciare in sua presenza, tipo: “aveva gusti così raffinati…” oppure “adorava i dettagli”. Fino alla più coraggiosa: “non badava a spese” che afferma sempre l’architetto, ma alla quale non crede nessuno.

In talune circostante, dopo la morte del cliente, quando l’architetto riesce a riprendere i lavori, pretende che sia costituito un momento di raccoglimento in suo ricordo. La cerimonia, però, spesso viene annullata per le proteste del capoditta che non è disposto a tollerare neppure un minuto in più di sosta per i suoi operai.

Ma, terminato il lutto, i lavori possono anche riprendere con un direttore dei lavori diverso. Che addirittura potrebbe essere un ingegnere o un geometra. In questo caso i minuti di raccoglimento sono due: uno per la scomparsa del cliente e un altro per quella dell’architetto.

Vi sono, infine, anche altri casi in cui il morto non viene rimpianto da nessuno, neanche con le classiche frasi di circostanza; anzi, l’atmosfera è talmente gioviale e tutti sono così felici che sia morto per subentrargli nella proprietà, che l’architetto si chiede se non si sia trattato di un omicidio.

(nell’immagine: “L’Inhumation précipitée” di A.Wiertz 1854)

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Leggi anche: L’architetto e il cliente moribondo

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