CIO’ CHE ESISTE (E CIO’ CHE NON ESISTE)

io da bambinoEppure io penso che le cose più importanti, in realtà, non esistano.

Un architetto non dovrebbe sostenere una tesi del genere, noi ci occupiamo di mattoni, cemento armato, piastrelle e ponteggi che stanno su per strane leggi della statica. Gli architetti costruiscono i palazzi e trasformano case orribili in luoghi da sogno. “Come puoi credere che questo non esista ?

Lo penso: anche tante architetture in fondo non esistono nella realtà. Sono rimaste sulla carta, o anche se, alla fine, si sono trasformate in materiali, in verità sono diventate qualcos’altro. Altre ancora esistevano e poi sono state cancellate, ed ora non sappiamo distinguere se esse ancora vivono realmente, o solamente in foto, nei ricordi, sulle pagine dei libri, o nella memoria. Si può dire che prima c’erano ed ora no ? E dove si trova il confine tra ciò che toccando abbiamo incontrato e ciò che, solo sentendone parlare, abbiamo riconosciuto ?.

Da universitario mi capitò di dover studiare con molta attenzione la Casa del Fascio di Terragni a Como. Poi decisi di andare a vederla di persona. Quando ci giunsi davanti, in un freddissimo mattino di Novembre, emozionato allungai il passo per raggiungerla e, prima di ogni cosa, andai a toccarla. Avevo bisogno di cancellare il muro che divideva la mia immaginazione dalla realtà. Sotto il palmo della mia mano scorreva un cemento non più liscio, consunto dal tempo, glaciale. Mi sentii profondamente ingenuo, toccare quella parete non aggiunse nessuna emozione a quello che già conoscevo. A ciò che già pensavo.

La Casa del Fascio di Terragni, o quello che ne avevo capito, in me già esisteva. Anche se l’avessero, nel frattempo, demolita e in quella piazza avrei trovato un supermercato, quell’architettura non sarebbe stata meno importante. La solidità della pietra non è più forte, né più intensa, di quella della memoria.

E quante architetture nel mondo non ci sono più, eppure da qualche parte le ritroviamo attraverso citazioni, racconti, fotografie, leggende. Ed ogni operazione di ricostruzione “dove era e com’era”, in fondo, proprio per questo ci indigna perché ruba la narrazione all’originale. Ci sembra un tradimento e probabilmente lo è.

Trascorrono anni come giorni, giorni come ore. Quando guardo le mie vecchie foto, filmati in VHS, le lettere che ho scritto, non posso più fisicamente toccare, entrare in quelle storie. Quando ripenso al mio primo bacio, al terrazzo di casa di mia nonna dove da bambino giocavo a pallone, ai tramonti dal finestrino dell’autobus, so che momenti non sono fatti di nulla che posso sfiorare, allora non potevo poggiarci la mano sopra, non potevo neppure andarci, allungando il passo, incontro.

Evidente: per la felicità e il futuro non serve il più efficace dei calcestruzzi e, spesso, è inutile persino il migliore dei progetti. Non serve la matematica, non ci sono leggi, non si rispetta un codice.

Se pure un giorno realizzerò la più bella architettura del mondo, l’emozione non sarà toccarne le pareti o darci la testa contro. Il premio sarà il momento del pensiero, la paura di non farcela, i litigi, le amicizie che si formeranno, il giorno che finiremo di costruirla. E dieci anni dopo, ancora, sarà vedere chi ci abita, cosa è diventata e se l’avranno demolita, le foto di chi ci sarà stato; il racconto di quel tempo. Dell’architettura tutti si impegnano a giudicare la facciata, nessuno si occupa di misurarne l’intensità.

Continuiamo a sopravvivere riempiendo di cose il nostro mondo, quando in realtà, se pure rimanessimo sospesi nel vuoto, ci basterebbe il nostro respiro, una manciata di ricordi. E la forza di sfidare il futuro, per vivere.

Ma esistiamo io e te  e la nostra ribellione alla statistica

un abbraccio per proteggerci dal vento, l’illusione di competere col tempo”

 

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